A giugno l’OCSE ha pubblicato ‘A Skills-First Labour Market’, un rapporto sul mercato del lavoro che riguarda anche chi progetta formazione. La logica skills-first è la tesi centrale del documento. La tesi è che in alcuni Paesi si sta diffondendo un modo di assumere e sviluppare le persone che guarda alle competenze effettive più che al titolo di studio. In Italia (ma non solo) siamo ancora abbastanza lontani da questa pratica. Le grandi aziende continuano a filtrare candidati per titolo, anni di esperienza, provenienza. Il rapporto descrive una direzione, non uno stato di fatto locale.
L’OCSE riporta che in area OCSE più di un lavoratore su tre dichiara qualche forma di mismatch tra le proprie competenze e il ruolo che ricopre, sia in eccesso che in difetto. In alcuni Paesi si supera il 40%: c’è tanta competenza sprecata e c’è tanta competenza mancante. Chi progetta formazione lavora nel mezzo, prova a colmare la seconda.
Skills-first: cosa cambia per chi progetta formazione
Se lo skills-first entra davvero nella logica di un cliente, l’impianto della macroprogettazione si sposta. Il tempo di erogazione resta un vincolo reale, nessuno di noi progetta corsi da 12 ore quando il cliente ne dichiara 4. Accanto al tempo entra però un altro vincolo, meno familiare: la competenza. Quale, a che livello, verificabile come.
I principi in gioco non sono nuovi. Progettazione per obiettivi, unità granulari, valutazione autentica, riuso: sono cose che si insegnano nell’instructional design dai tempi di Mager. Quello che cambia è il contesto. Adesso è il cliente ad avere interesse a capirli, perché li usa per parlare con l’HR e con il management. È una finestra di opportunità per chi progetta, che va colta prima che passi.
Skills-first e certificazione: chi riconosce cosa
Nella pratica, il passaggio più difficile non riguarda la scrittura degli obiettivi o la costruzione di prove operative. Riguarda un tassello che in Italia manca quasi sempre: la certificazione. Se il corso deve produrre una traccia riconoscibile di quello che la persona sa fare, chi la riconosce? Il repertorio nazionale delle qualificazioni copre solo una parte dei profili aziendali. I framework interni delle grandi imprese esistono, ma raramente escono dai perimetri di chi li ha scritti. I micro-credential di cui parla l’OCSE sono oggetto di discussione, poco più.
Un progettista che oggi lavora con logica skills-first deve conviverci. Le domande da porre al cliente restano tre: a quale competenza risponde questo corso, come si verificherà, chi la riconoscerà dopo. Se la terza risposta è “nessuno”, tanto vale saperlo in partenza. È un limite del contesto in cui operiamo, non del singolo progetto.
I limiti dell’approccio skills-first
Presentare lo skills-first come soluzione senza difetti sarebbe scorretto. Ci sono critiche argomentate che condivido almeno in parte.
La prima riguarda quello che si perde riducendo la formazione a una lista di competenze osservabili: la parte riflessiva dell’apprendimento, quella che porta l’adulto a rivedere il modo in cui pensa il proprio lavoro, fa fatica a stare dentro una descrizione operativa.
La seconda riguarda il rischio di penalizzare chi non sa descrivere le proprie competenze nel linguaggio standardizzato che le HR si stanno dando. Se il mercato del lavoro premia solo le skill dichiarate bene, chi le possiede senza saperle raccontare resta indietro.
Chi progetta può fare qualcosa: tenere pulito il metodo e leggera la retorica. Skills-first è uno schema di lavoro utile, va usato per quello che è.
Skills-first: da dove partire in azienda
La risposta pratica è: da un audit dei percorsi che l’azienda ha già in casa. Quali corsi rispondono davvero a una competenza, quali sono contenitori di ore, quali unità si possono estrarre e ricombinare in un piano individuale. È il tipo di lavoro su cui possiamo confrontarci.
Conclusioni
Lo schema del corso monolitico regge sempre poco (non da oggi), il modello a competenze richiede più fatica progettuale a monte: è lavoro poco visibile, che spesso il brief non paga. In Italia si scontra anche con un vuoto di certificazione che purtroppo nessun progettista può colmare da solo. In ogni caso, a mio parere vale la pena muoversi in questa direzione, se si sa cosa si sta cercando di ottenere e cosa invece resterà fuori.
Riferimento
OECD (2026), A Skills-First Labour Market, Getting Skills Right, OECD Publishing, Paris.
https://www.oecd.org/en/publications/a-skills-first-labour-market_2e1b85f0-en.html

